2019 La bellezza della terra - Premio Nazionale Gentile da Fabriano - Museo della carta - Fabriano

 

2019 Esposizione permanente - Locanda del Delta - Comacchio

 

2017 Fuori mercato (collettiva) - Galleria del carbone - Ferrara

 

2017 Fuori mercato (personale) - Galleria Cantina Carbonari - Cesena

 

2016 D’oro è l’autunno (personale) - Palazzo Comunale - Cagli

 

2016 Sguardi sul paesaggio (collettiva) - Chiesa di Santa Cristina - Cesena

 

2015 Stanze (collettiva) - Palazzo Mochi Zamperoli - Cagli

 

2015 Estarte (collettiva) - Chiesa di San Giuseppe - Sassoferrato

 

2015 Il viaggio inaspettato (personale) - Nuova Galleria delle Arti - Fabriano

 

2015 InWine (personale) - Ristorante La Gioconda - Cagli

 

2015 Face to Face (personale) - Ristorante Tenetra - Cantiano

 

2013 Coinquilini (personale) - Fuoritema - Urbino

 

2013 Alberi d’un tratto (personale) - Ristorante La Gioconda - Cagli

 

2013 Solo andata (personale) - Ristorante Tenetra - Cantiano

 

2012 Muti (personale) - Fuoritema - Urbino

 

2012 Il viaggio di Sam (personale) - Ristorante La Gioconda - Cagli

 

2011 Anche l’occhio vuole la sua parte (personale) - Ristorante La Gioconda - Cagli

 

2010 Dire Fare Arte (collettiva) - Polo Museale - Cantiano

Testi


Gualtiero De Santi

 

Gli elementi che ne connotano le scelte espressive svolgono un’azione semiologica che è anche di volta in volta e sovente contemporaneamente simbolica, attrattiva, iconica. Quei suoi paesaggi, le cui modulazioni possono ricordare le fotografie di Mario Giacomelli, sono rispetto all’eventuale modello i sintomi di un’adesione profonda alle prospezioni più naturali ma si ergono in ogni caso a diversioni che, pur riflettendosi nelle tematiche della terra, vanno filatamente a autonome risoluzioni, tanto in ordine allo stile che agli specifici significati.

Qui i registri e i possibili dislivelli formali, che coabitano tra loro, concorrono a una figuratività che si muove sulle spaccature tra una realtà mediata sin dall’inizio e una sorta di sospensione, un’imagery alquanto suggestiva che trapassa dalla pittura al tratteggio grafico, dalla materia all’evanescenza, da un impianto protonovecentesco e in qualche tratto toscaneggiante ai richiami all’entroterra marchigiano.

Operando in conformità agli accostamenti armonici di segmentazioni invarianti (montagnole commisurate allo spazio, un cielo che sempre sovrasta), Santoleri persegue gli stupori di una contemplazione silente ed intensa. Con una soppesata commozione di fronte ai colori, ai particolari sospesi (la casa piantata in cima alla collina, le superfici terrose), che si risolve in un paesaggio terra-cielo, dove terra e cielo si compongono plasticamente appoggiandosi l’uno sull’altra.

Infine, la natura che ci circonda non permette che ci si collochi al di fuori dei suoi recinti. Ma contemporaneamente, il rapporto intellettuale e emotivo che l’uomo ha stabilito con essa incontra il momento della massima intensità e concentrazione nell’arte, nel carattere e nel funzionamento dell’imago-natura.

Domenico Settevendemie

 

Forse mai come oggi si ricorre in arte al tema del paesaggio ed è anche una delle ragioni per cui lo si banalizza con tanta facilità. Lo si carica di contenuti che vanno ben al di là di quelli più squisitamente “naturalistici”, e questo non è un male, ma riflessioni di stampo ambientalista e interventi più dichiaratamente concettuali non sempre appaiono convincenti. Più in generale pare di assistere a una sorta di mea culpa (un po’ alla moda) messo furbescamente in recita da parte di quello stesso uomo che “nella realtà” ha compiuto in suo danno nefandezze di ogni tipo, non riconoscendone l'unicità e l'equilibrio fragilissimo. 

Ma se una volta tanto non fosse il paesaggio-soggetto artistico a dover comunicare qualcosa di politicamente corretto o evocare chissà quale suggestione, lasciando invece questo compito in chi lo guarda? Se cioè non sia possibile proporre un luogo “pittorico” sostanzialmente libero da significati predeterminati ma organizzato in modo tale da accendere fantasia e creatività nello spettatore. È l’operazione, questa sì davvero concettuale, che sembra compiere Giulio Santoleri, il quale argomenta la tavola lignea con pochi pochissimi elementi espressivi tesi a dare del paesaggio non un’identità già definita bensì quella di un contenitore-laboratorio entro il quale le cose debbono ancora accadere con il concorso necessario di chi al suo cospetto desideri poi farne parte. Prova ne sono i contorni molto marcati delle colline, degli alberi smilzi fatti in apparenza di sola corteccia, delle sporadiche, piccole case, in totale assenza di orpelli, a evidenziare l’esistenza al loro interno di uno spazio allusivo, di un mondo interiore di cui è lasciata libera l’interpretazione. Elementi paesaggistici come metafore del corpo e della mente, o come auspici di un rapporto armonioso, tendente al sacro, tra uomo e natura. Di certo la ricerca di Santoleri è improntata al rigore formale e alla pratica della sottrazione, con buona pace di chi invece crede che pittura coincida con “quintalate” di pigmento riversato sulla tela. L’accostamento dei colori è ponderato, sapiente, mai incline all’effetto sorpresa fine a se stesso, non si vuole stupire con cromie shocking piuttosto far emergere l’eleganza dei primari e secondari se ben calibrati tra loro, e in questo Santoleri, per quanto giovanissimo, ricorda più il couturier consumato che non il pittore imberbe smanioso di destare clamore attorno a sé.

Paolo Degli Angeli

 

I paesaggi del giovane Santoleri riguardano fortemente aspetti introspettivi, non pone l’occhio verso il fuori, ma verso le profondità del mondo interiore, non c’è riscontro diretto fra la visione della natura e le sue opere, in quanto produce “mediazioni visive” frutto di mente e cuore. Il pittore condensa sul supporto aspetti reconditi dell’anima, ed elaborazioni intellettuali, mediante un estremo rigore stilistico che non concede nulla al vezzo.

Colline ed elementi del paesaggio normalmente costruiti a pastello attraverso raffinatissime campiture piatte divengono archetipi di un mondo spesso desolato e apocalittico dove però, a ben guardare, sono spesso presenti elementi di apertura alla speranza. Il magico mondo fiabesco di Santoleri con un linguaggio poetico a tutti accessibile riflette verità, più vere del vero, che parlano, con tono gentile e pacato, di problematiche esistenziali, di urgenze sociali e ambientali.

Santoleri con la sua poetica dell’“infinita attesa”, manifesta un pensiero profondo e un’analisi dell’oggi che non lascia spazio a superficiali efficientismi, a false lusinghe o a pericolose fughe, ma a ragionate prassi che quotidianamente e pazientemente attuate producono quel nutrimento necessario ad una convivenza migliore.